Assemblea ordinaria per la discussione del consuntivo 2011: sabato 24 marzo 2012, 17.00, Museo della Pesca di Caslano.

Due riforme istituzionali hanno coinvolto direttamente anche il Museo del Malcantone. Due pluridecennali presenze territoriali sono state confrontate con la necessità di procedere ad un processo di fusione. Da un lato, Malcantone Turismo, che all’inizio del 2012 si è sciolto per confluire a livello distrettuale in un’unica organizzazione, il nuovo Ente turistico del Luganese. Dall’altro, a causa dell’implementazione anche in Ticino, come previsto da una legge federale, con l’istituzione dell’ Ente regionale di sviluppo del Luganese, la Regione Malcantone (organismo che riunisce tutti i comuni locali) ha dovuto interrogarsi su come procedere per mantenere una sua identità, ma soprattutto per dare continuità a quei servizi non assorbiti dalla nuova Azienda regionale di sviluppo.

Ebbene, se il Museo del Malcantone è nato, lo deve all’iniziativa dell’Ente turistico del Malcantone, che dopo aver acquistato e restaurato il vecchio edificio della Scuola maggiore di Curio, si è attivato per fondare la nostra Associazione, affidando a Giancarlo Zappa la concezione del Museo e assicurando un importante sussidio annuo, che ha consentito non solo di procedere, ma anche di affrontare singoli progetti. Dal 1985, anno di fondazione, il direttore dell’ETM Alfonso Passera siede nel nostro Comitato,  dove porta le sue capacità professionali e la sua carica di entusiasmo.

Inoltre, se la nuova sede del Museo della pesca è oggi una realtà, gran parte del progetto è stato seguito dalla Regione Malcantone ( in particolare da Marco Marcozzi, ora collaboratore dell’ERS-L), che ha pure assicurato finora compiti di amministrazione e segretariato.

È dunque comprensibile la nostra preoccupazione e l’estrema attenzione con la quale il Museo ha seguito l’evolversi della situazione. I segnali sono positivi, ma la prudenza è d’obbligo. Gli impegni finora assicurati dovrebbero essere ancorati. Inoltre è in atto un progetto di Fondazione Malcantone, che, assieme ad altri servizi ed iniziative locali, manterrebbe un occhio di riguardo alle attività espresse dal Museo nelle due sedi e nel territorio.

Alcune puntuali annotazioni.

La nuova sede di Caslano (Museo della pesca) ha vissuto il suo primo anno pieno, in riva al lago e inserita, con indubbio maggiore richiamo, nel percorso anche turistico che dal golfo raggiunge il Sassalto. Si è rivelata formula vincente e dinamica, accanto all’esposizione permanente, l’offerta della sala multiuso, modulabile anche per specifiche mostre d’arte, e della saletta per ricerche ed esperienze didattiche o per sedute di piccoli gruppi: lo testimonia l’incoraggiante numero di associazioni o enti che hanno scelto questa opportunità nel corso dell’anno trascorso.

La questione della salvaguardia e collocazione delle barche, ancora presenti sul sedime della vecchia sede, sono al vaglio con le autorità comunali di Caslano: l’intenzione è quella di radunarle, quale cornice, alla nuova sede di via Meriggi.
Da segnalare, tra le attività culturali, l’originale mostra Quarzo-Cerina su oggetti legati al mondo della pesca e del pesce, raccolti ogni dove e la mostra fotografica sul tema dell’acqua di Gilberto Luvini; altro richiamo particolare, la serata di letture del poeta e scrittore Alberto Nessi e la serata con documentario” Il racconto del pescatore”.

La sede di Curio ha proposto, con alcuni valori supplementari, la mostra su Oreste Gallacchi nella realtà del suo tempo: di grande rilievo la presentazione di Silvano Toppi all’inaugurazione del 27 marzo 2011.

A Curio si è anche potuto approntare un preventivo per i necessari e importanti lavori di manutenzione e di conservazione: la Fondazione, proprietaria dell’edificio, ha deciso di pianificare questo intervento, che prenderà avvio nel corso del 2012.
Sarà anche l’occasione per avviare un’ampia riflessione sull’impostazione futura per contenuti nuovi, accanto al centro di documentazione e di ricerca e allo spazio espositivo, della storica sede.

Nella primavera del 2011 si è costituito un gruppo “Finanze e marketing” allo scopo di individuare una migliore valorizzazione dell’offerta museale e di aumentare le entrate, acquisendo nuovi soci: impegno che ha dato alcuni frutti, ma che proseguirà maggiormente in futuro.

Come noto, ma ripetere giova, da alcuni anni sono attivi due siti ( curati da Roland Hochstrasser, nostro vicepresidente) : www.museodelmalcantone.ch  e www.museodellapesca.ch, oltre alla recente apparizione in facebook (quale ulteriore elemento di interattività). L’apprezzamento del pubblico è davvero notevole: anche il 2011 ha confermato la tendenza alla crescita dei flussi in transito. Due eloquenti dati: il sito del Museo del Malcantone ha totalizzato 53'961 visite ( le pagine interne consultate, 344'012).
Ancor di più, il Museo della pesca ha registrato 278'615 visite ( con ben 3'128'106 di pagine spulciate). Una diffusione rallegrante, che incoraggia di riflesso a mantenere il livello di qualità raggiunto, nonostante le risorse fatalmente restino affidate sempre ed unicamente alla preziosa attività del nostro conservatore Bernardino Croci Maspoli e di Maurizio Valente, curatore a Caslano, affiancati da pochi ma fedeli indispensabili volontari.

Gianrico Corti
Presidente del Museo del Malcantone

La piscicoltura di Pura fornisce Coop con le trote bio. Visita all’allevamento gestito, in seconda generazione, dalla famiglia Jäger.

La vecchia ruota ad acqua indica che qui tempo fa c’era un mulino. Poi, negli anni ’30, Manlio Contini e Rudolf Jäger hanno dato vita ad una piscicoltura. E oggi, la Magliasina in zona Magliaso, in questo suggestivo lembo di terra all’imbocco della valle per Pura e Novaggio, è risorsa fondamentale per uno dei dieci allevamenti di trote bio in Svizzera. All’inesperto in materia, il concetto bio in piscicoltura è da spiegare. Ma a occhio, nei mesi più caldi, osserverebbe subito una grande biodiversità tra rane, rospi, salamandre, libellule e altri insetti che popolano i dintorni delle vasche. E poi c’è quest’acqua di fiume così limpida, così zampillante.

«La Magliasina ha il vantaggio di essere già ben ossigenata; con le cascate lo è ancora di più per via del tutto naturale» spiega Rodolfo Jäger, piscicoltore della seconda generazione. Allora è vero che la trota vive solo in acque pulite? «Sì, è un animale sensibile all’inquinamento, tanto che anni fa veniva impiegata negli impianti di depurazione per mostrare la salubrità dell’acqua ottenuta».

«Produrre trote bio – prosegue Rodolfo Jäger – implica vasche naturali, ovvero fondali d’argilla, terra e sassi; ombreggiamento, affinché le trote si sentano più protette dai nemici, e mangime bio». E qui, interviene Oscar Gattoni, titolare dell’Aris Aquafood Sa, cui appartengono la piscicoltura di Pura e un’altra a Lostallo: «Provi a mangiare una trota bio e una convenzionale: la differenza di gusto è notevole. Sono riuscito a convincere anche gli amici più scettici».

Gattoni, che di mestiere è impresario, si è buttato un po’ per curiosità e un po’ per volontà imprenditoriale nella gestione della itticoltura, rilevando nel 2002 l’allevamento di Lostallo e, nel 2003, quello di Pura, facendo però capo all’esperienza dei fratelli Jäger, che alla fauna ittica hanno dedicato tutta la vita. Nel 2003, è stato anche risolto l’annoso problema degli aironi, abilissimi predatori di pesci e trasportatori di malattie, posando delle reti di protezione.

Quanto vive una trota d’allevamento che troviamo con circa 250 grammi in vendita al banco? «Un po’ più di un anno e mezzo, calcolato dalle uova, agli avannotti, fino agli adulti di una lunghezza di 25-30 centimetri». Le due aziende di Aris Acquafood oggi producono una sessantina di tonnellate di trote; tendenza nettamente al rialzo. Perché il bio, come conclude Rodolfo Jäger, è anche questo: «La trota è bio anche perché vive bene tutta una vita. Poi, finisce nel nostro piatto, e continua a fare bene».

www.naturaplan.ch
Cooperazione, 10.01.2012

II 2007 è stata una buona annata per la pesca, fatta eccezione per alcuni bacini artificiali sotto i 1.200 metri di altezza. Lo ha rilevato negli scorsi giorni L'Ufficio caccia e pesca del Dipartimento del territorio. In tutto sono state rilasciate 5.491 patenti annuali per la pesca dilettantistica (424 in più rispetto al 2006). Inoltre 70 pescatori hanno ottenuto la patente speciale per la pesca del temolo (53 nel 2006).
Il lago più generoso si è rivelato essere il Verbano, che ha fruttato ai pescatori dilettanti 6.688 chili di pesce: un incremento del 28% rispetto all'anno precedente. In particolare sono stati catturati lucci (+140% rispetto al 2006), trote (+ 70%), coregone (+34%) e pesce persico (in tutto due tonnellate, circa 800 chili in meno rispetto al 2006). Quello pescato nel Verbano è il 'bottino' più consistente dal 1996, anno in cui si cominciò a raccogliere i dati della pesca dilettantistica. Sempre nel lago di Locamo, la pesca professionale (di agone, pesce bianco, coregone e pesce persico) ha invece subito una flessione del 15% rispetto al 2006. La pesca nel Ceresio è stata invece meno copiosa, sia per quella dilettantistica (circa 16.700 chili, pari al -22% rispetto al 2006) sia professionale (-23%). Da notare il calo di tutte le specie importanti, eccetto il pesce bianco: «Un risultato atteso - comunica l'Ufficio caccia e pesca -perché alle annate di grande abbondanza (2006) si alternano periodi meno favorevoli».Nei corsi d'acqua l'anno scorso sono stati pescati 54.497 trote e 329 pesci temolo (in totale il 5% in più rispetto al 2006). L'Ufficio ha riscontrato un aumento delle catture nei bacini imbriferi della Maggia e del Brenno e nei corsi d'acqua del Sottoceneri. Infine, nei laghi alpini e altri bacini le catture di trota salmerino ( 20.597 esemplari) sono aumentate del 7%. In calo del 22%, invece, il pescato nei bacini sotto i 1.200 metri.

La Regione, 3 ottobre 2008

Domenica 6 novembre 2011 alle ore 16 presso il Museo della Pesca di Caslano verrà presentato il documentario Il racconto del pescatore - Ricerche per un museo sulla pesca di Massimo Pirovano. Riprese e montaggio di Giosuè Bolis. Una produzione del Comune di Brivio (Lecco). Seguirà una conversazione con l'autore su Il film etnografico e la missione del museo di società.

Per secoli gli abitanti di Brivio hanno usato le risorse del fiume e di quello che chiamavano il loro “lago” in molti modi e per varie attività.

Aldo Mandelli (1920-2010), per quasi novant’anni testimone e protagonista della vita in barca, è stato l’ultimo pescatore professionista del paese, praticando il mestiere dei suoi antenati e acquisendo un eccezionale patrimonio di conoscenze. Gli autori e i promotori di questo film sono tra le persone fortunate a cui Aldo ha voluto comunicare una parte del suo sapere.

Massimo Pirovano ha dedicato saggi e documentari alla cultura dei pescatori. Le sue ricerche etnoantropologiche riguardano il canto e la narrativa di tradizione orale, la ritualità popolare, la cultura materiale, l'alimentazione, la pratica sportiva, la museologia. Con Giuseppe Panzeri ha fondato nel 1998 il Museo Etnografico dell'Alta Brianza con sede a Galbiate (Lecco), che dirige. Insieme a Giosuè Bolis ha prodotto molti documentari, frutto della ricerca sul campo. Coordina la Rete dei Musei e dei  Beni Etnografici Lombardi (REBÈL).

Nascita e sviluppo delle attività

Il Museo della pesca, sezione esterna del Museo del Malcantone, si trova a Caslano. Sede del museo, inaugurato nel 1993, è una villetta attorniata da un parco, proprietà del comune di Caslano, in via Campagna. L’iniziativa è nata grazie al lavoro di Franco Chiesa e alla collaborazione di Pietro Colombo e Piercarlo Parini, appassionati pescatori.

Il museo è gestito dall’Associazione del Museo del Malcantone, società che si propone di salvaguardare, raccogliere, riunire e valorizzare, quanto ancora rimane del patrimonio storico e culturale della regione del Malcantone. L’associazione permette nel caso specifico della sede di Caslano di preservare e valorizzare le tradizioni e le tecniche legate al mondo della pesca.

Fin dai primi anni di attività il museo si è sviluppato costantemente: nuove sale e nuovi materiali lo hanno arricchito di anno in anno. Questo grazie all’aiuto di molti amici e all’esemplare disponibilità del Comune di Caslano, dell’Ente turistico del Malcantone e di molti sostenitori e donatori. Il museo propone inoltre numerose attività all'esterno della propria sede, come prestito di materiali, oggetti, fotografie o con la propria presenza a fiere e manifestazioni.

Il Museo della Pesca organizza infine due appuntamenti annuali: il primo riguarda la Festa del Museo della Pesca fissata per il giorno di Corpus Domini. Il secondo appuntamento permette di introdurre gli allievi della scuola elementare di Caslano al mondo della pesca.

L'esposizione permanente

L'esposizione permanente comprende diverse centinaia di oggetti ed è distribuita in 7 locali, su due piani.

Nel parco, sono esposte quattro vecchie barche da pesca, tre del Ceresio ed una del Verbano, con la relativa attrezzatura e una spingarda, tipica barca per la caccia degli uccelli acquatici.

Nella prima sala, dedicata al pesce e alla pesca nell'antichità, sono raccolti rari fossili, mentre medaglie, monete e iconografie varie evidenziano i significati simbolici e religiosi che il pesce ha assunto nella storia. Nella vetrina centrale si può ammirare una pregevole serie di reperti archeologici, ami, fiocine e i resti di una rete del neolitico - prestati dal Museo nazionale svizzero.

La sala attigua è dedicata alla cattura delle anguille nelle peschiere della Tresa, un particolare tipo di pesca che per secoli ha rappresentato un'attività di grande importanza economica per molti malcantonesi. Storia e tecnica delle "peschiere", documentate fin dal Quattrocento, sono illustrate mediante documenti, oggetti, fotografie e il modellino in scala di una di queste ingegnose installazioni.

Nella terza sala sono esposti un ricco campionario di reti per la pesca sul lago - le più antiche in seta o cotone - con tutta l'attrezzatura per fabbricarle e ripararle; diversi tipi di pesi e di galleggianti e vari altri attrezzi per la pesca professionale.

Una saletta multimediale al pianterreno offre la possibilità di visionare vari documenti audiovisivi.

Nella successiva sala del piano terra sono presentati esemplari imbalsamati di quasi tutte le specie di pesci del Canton Ticino che popolano fiumi e laghi; un'infinità di esche artificiali e una bella collezione di tirlindane, in legno o in metallo per la pesca al traino.

Nella quinta sala, al primo piano, canne in bambù, mulinelli, esche artificiali di fattura artigianale e una moltitudine di altri oggetti documentano quella che era un tempo la pesca sportiva.

La pesca a mosca è una tipo di pesca particolarmente spettacolare che va sempre più diffondendosi. Questa sala contiene una notevole collezione di esche, canne e mulinelli e illustra le raffinate tecniche utilizzate per la fabbricazione delle canne e delle mosche. Una vetrina è dedicata al "casting", una disciplina sportiva basata sull'abilità nel lancio.

L'ultima sala è dedicata alla piscicoltura: documenti d'archivio, fotografie, pubblicazioni e una vasta gamma di attrezzature documentano l'evoluzione di questa attività e gli sforzi intrapresi dai privati e dall'ente pubblico, per garantire il ripopolamento ittico di fiumi e laghi. Molto altro materiale, fra cui una preziosa raccolta di guade e bertovelli da fiume, è collocata sulle pareti di corridoi e scale.

La specie ittica è fondamentale per sostenere la pesca professionistica sul lago

Risultati confortanti da uno studio commissionato dalla Delegazione svizzera della Commissione italo-svizzera per la pesca – Un tema da approfondire ulteriormente

Il coregone risorsa fondamentale per il mantenimento della pesca professionistica sul Verbano. È la conclusione alla quale è giunto un recente studio, avviato per iniziativa della Delegazione svizzera della Commissione italo-svizzera per la pesca. L’organismo ha dato avvio a due analisi relative, rispettivamente, alla verifica della compatibilità genetica del lavarello del lago di Como con quelli presenti nei laghi Maggiore e Lugano, nonché alla crescita dei coregoni del lago Maggiore. Per il momento non si hanno ancora le conclusioni sulla prima indagine, mentre la citata Commissione internazionale ha già preso atto degli esiti dell’altro studio, quello realizzato dal dott. Rudolf Müller sui fattori di crescita dei coregoni del Ve r b a n o.
Lo studio, come rileva l’autore, è stato commissionato per attualizzare le informazioni inerenti la crescita dei coregoni del lago Maggiore, immessi tra il 1860 e il 1880 (lavarello)e nel 1950 (bondella)e ben acclimatatisi. In effetti, hanno generato popolamenti tali da sostenere – quale specie principale – la pesca professionale su questo specchio d’acqua. Il Lago Maggiore ha vissuto, come tutti i grandi laghi europei, una fase di eutrofizzazione, che ha chiaramente influenzato la produttività dell’ecosistema acquatico e con essa anche la crescita individuale dei pesci e quella complessiva dei loro popolamenti. Le condizioni trofiche del lago, si legge sempre nella ricerca, sono tornate da oltre un decennio al livello di oligotrofia. Orbene, lo studio si prefigge di verificare se la crescita dei coregoni abbia di conseguenza subìto delle modifiche tali da rendere necessari approfondimenti tesi ad un adeguamento della gestione della pesca.
Complessivamente, è stata analizzata la crescita di 240 coregoni (114 lavarelli e 126 bondelle). L’attribuzione alla specie lavarello o bondella è stata effettuata sia tramite il numero delle branchiospine, sia in base alle caratteristiche di crescita. Vista la parziale sovrapposizione dei due intervalli numerici per il numero di branchiospine, un’attribuzione certa non è sempre possibile con questa metodica. Utilizzando il criterio della crescita nel primo anno di vita (raggio del primo annulo sulla squama), si ottiene una separazione molto netta tra le due popolazioni.
Il dottor Rudolf Müller, tenendo conto anche della composizione del pescato in relazione all’età e alla lunghezza dei pesci, è giunto a diverse interessanti conclusioni. Il lavarello e la bondella, ad esempio, rimangono tutt’oggi due forme chiaramente separate dal profilo morfologico (numero branchiospine), da quello della crescita e pure da quello riproduttivo. Inoltre le due popolazioni sono ancora prosperose e danno un concreto contributo alla pesca di mestiere. Entrambe le specie presentano caratteristiche di crescita chiaramente diverse e la crescita media sembrerebbe essere diminuita negli ultimi decenni. Una gestione differenziata delle due specie rimane indispensabile. Il ricercatore segnala poi come le attuali condizioni trofiche del lago Maggiore siano tali da consentire sia la riproduzione naturale degli esigenti coregoni, come pure una discreta produzione. Per una valutazione del ruolo e dell’importanza dei coregoni per la pesca professionale e per una verifica dell’adeguatezza delle attuali norme di gestione, sarebbe opportuno intraprendere uno studio più approfondito sul pescato, per il quale i dati attualizzati in merito alla crescita potrebbero fungere da base alfine di poter considerare separatamente le due specie.
A questo punto, ci si augura che la ricerca possa continuare anche con il contributo della Delegazione italiana della Commissione italo- svizzera per la pesca.

Corriere del Ticino, 11 novembre 2008

Ridurre le catture per salvaguardare il futuro della pesca. La proposta votata dalla Spom stenta a fare presa

Da parecchi anni a questa parte, i pescatori, in Ticino, sono chiamati a fare i conti con una sensibile diminuzione delle prede. Le catture in fiumi, torrenti e laghetti alpino sono in costante calo. Le ragioni di questo stato di cose sono molteplici: deflussi minimi insufficienti, alvei devastati da eventi naturali (quando non artificiali, come gli spurghi dei bacini idroelettrici), inquinamento delle acque a più livelli, proliferazione incontrollata di specie di uccelli ittiofagi e, non da ultima, un'eccessiva pressione di pesca. Lo scorso mese di gennaio, a Caviglia-nò, in occasione dell'Assemblea della Società di pesca Onsernone e Melezza (Spom), l'ex presidente della stessa, Jean Claude Rosenberger ha messo sul tavolo una proposta di quelle destinate a far discutere. Per arginare la continua diminuzione generalizzata delle catture di pesci nei fiumi e nei la-ghetti alpini, in sintesi, Rosenberger ha suggerito di ridurre da 12 a 6 il numero di catture di trote e salmerini giornaliero. Una misura incisiva a corto termine, che dovrebbe permettere una miglior tutela dei potenziali riproduttori naturali nei corsi d'acqua, salvaguardando pure quella sana in-terpretazione della pesca intesa come "svago e passatempo" e non come sfida tra lenze o fonte di sussistenza.
L'idea di diminuire la pressione sull'ambiente rappresenta, a detta dell'interessato, anche un chiaro segnale di sensibilità dei pescatori stessi verso un problema tanto sentito, mettendoli in una posizione più responsabile.
«È giusto che anche noi si faccia un passo in questa direzione - commenta Efrem Lonni, attuale presidente della Spom - anche perché avere deflussi d'acqua maggiori sembra impossibile e cancellare del tutto gli uccelli ittiofagi (aironi e cormorani) risulta essere una battaglia persa in partenza. Noi non siamo in grado nemmeno di dimostrare che sono in esubero, non avendo a disposizione un censimento e uno studio che avvalori questa teoria. Inoltre gli ecologisti non sono sicuramente dalla nostra parte quando si parla di abbattere a scopo di contenimento dei volatili protetti. Loro ritengono che la natura limiterà da sola gli uccelli in esubero. I pescatori non possono quindi risolvere da soli questo problema. Salvare il nostro patrimonio ittico dopotutto è un dovere e, al momento, questa è l'unica possibilità di intervento diretto efficace».
L'Assemblea della Spom ha accettato, a maggioranza (e forse anche un po' a sorpresa, confessa Rosenberger) la proposta. A quel punto, essa è stata trasmessa alla Federazione ticinese per una valutazione. Per diversi mesi, però, dalle alte sfere cantonali non è giunta risposta alcuna in merito all'emendamento da, eventualmente, poi inserire nello specifico articolo del Regolamento cantonale (art.22 del Ralcp, paragrafo 3).
Un 'no' e tanti 'ma'...
«A settembre, in occasione di una prima riunione tra i comitati delle società di pesca - prosegue Lonni - benché la nostra proposta non fosse stata commentata e dibattuta, è stata messa ai voti e bocciata senza remore e, ancor meno, motivazioni valide». Il Comitato direttivo cantonale ha fatto altrettanto. I due, però, non demordono, nella convinzione che, come spiega Rosenberger «sono molti i pescatori che la pensano come noi. Lo provano le attestazioni di stima e sostegno giunteci da più parti. Invitiamo costoro a far sentire la propria voce in occasione delle assemblee sociali». Secondo Lonni e Rosenberger, le regole del gioco possono ancora essere cambiate. «Se vogliamo che questa nostra idea metta radice - insiste Rosenberger - è necessario creare i presupposti per un dialogo con le istanze mantello, aprendo allo scambio di vedute e alla discussione. Non ci devono essere ordini di scuderia calati dall'alto punto e basta. Non parliamo aprioristicamente di torto o ragione; chiediamo semplicemente di riflettere sull'idea. Altrimenti un giorno, a causa delle catture esasperate, ci troveremo senza pesci. E, a quel punto, avremo ucciso anche le nostre emozioni... »    D.L.

La Regione, 17.11.2008

Sul tratto di confine tra Italia e Svizzera, dal Verbano lungo la cresta dei monti e la Tresa sino al lago di Lugano, Carlo Rapp ha colto e tradotto in disegni, impressioni che hanno offerto l’occasione per un excursus sulla storia di un limitare, già entrato nella letteratura con Frontiera di Vittorio Sereni.

Perché una mostra di Carlo Rapp a Caslano ?

Lo scorso anno, a dicembre, la città di Luino, per celebrare i vent’anni della scomparsa del loro più famoso concittadino Piero Chiara, ha organizzato a Palazzo Verbania una mostra di Carlo Rapp, amico personale di Piero Chiara e illustratore nelle prime edizioni dei libri del grande scrittore. In collaborazione con l’assessorato alla cultura della città di Luino si ripropone, al Museo della pesca di Caslano, la mostra di Carlo Rapp che illustra e presenta non solo il Verbano ma anche scorci del lago Ceresio,dello Stretto di Lavena, di Caslano e dell’omonima fornace.

Chi è Carlo Rapp ?
Carlo Rapp è nato a Intra da famiglia con ascendenza alsaziane. Compare sulla scena artistica operando a Torino come peintre-verrier dopo un apprendistato trascorso in Francia, Svizzera e Germania. In seguito realizza opere scultoree in bronzo, marmo e pietra, alcune delle quali hanno ottenuto riconoscimenti internazionali. L’artista oggi si dedica, insieme ai maestri fonditori, alla creazione di campane.
Oltre all’esperienza maturata come scenografo del teatro Regio a Torino e al di là delle opere di impegno sociale e religioso Rapp ha trovato nel contatto diretto con gli ambienti del lago la palestra ideale per esprimere le più intime emozioni.
Carlo Rapp dice: il lago è la mia patria, è il luogo dei miei padri, sul lago ho vissuto gli accadimenti più intensi che a qualsiasi uomo prima o poi tocca di vivere … e poi è uno dei luoghi più belli del mondo !

Sul tratto di confine tra Italia e Svizzera, dal Verbano lungo la cresta dei monti e la Tresa sino al lago di Lugano, Carlo Rapp ha colto, e tradotto in disegni, impressioni che offrono l’occasione per un excursus sulla storia di quel, limitare, già entrato nella letteratura con “Frontiera” del poeta luinese Vittorio Sereni.

Un confine colore del lago:
L’opuscolo pubblicato lo scorso anno e dedicato a Carlo Rapp a cura di Sergio Baroli e Pierangelo Frigerio illustra, appunto come dice il titolo, descrivendo tutto quanto il confine ed i lago hanno vissuto nel corso dei millenni:
dalla nascita del confine, ai primi contrabbandi, un baluardo sacrale contro il protestantesimo, la navigazione senza barriere avendo costituito il Verbano, fin dall’antichità, la via di trasporto privilegiata, il sale di Maccagno che testimonia ancora una volta la comunanza di interessi e l’intreccio di affari a cavallo del confine, porti e traffici in funzione di “asse commerciale” di grani, vino e sale, la fioritura di mercati a dipendenza di antichi privilegi tutt’oggi vivi e attivi (Luino),  industriali svizzeri, industriali luinesi, il cammino della Tresa (la Tresa ? o il Tresa ?), Luino – Ponte Tresa ferrovia della belle époque, un confine per la libertà: Svizzera terra d’asilo, da un lago all’altro (la vastità del Verbano, sempre increspata dai venti, lascia il posto a un occhio d’acqua sognante), per terminare con le vie della cultura “il confine non è una barriera che allontana ma, paradossalmente, tramite fecondo di idee e di emozioni”. (Brani tratti dal “confine colore del lago” di Sergio Baroli e Pierangelo Frigerio)

Questa mostra  sta a sottolineare che, oltre alla vicinanza dei territori, esiste una similitudine comportamentale e culturale alla quale non solo il singolo cittadino, ma pure le istituzioni credono  fermamente, lo confermano i molteplici progetti transfrontalieri già attuati o in cantiere.
Questa esposizione vuole essere l’inizio di una futura e proficua collaborazione tra i centri
lacuali del Verbano e del Ceresio.

La mostra sarà inaugurata sabato 2 ottobre, alle ore 16.00, presso il Museo della pesca di Caslano, e rimarrà aperta fino al 30 ottobre.

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Aperto dal marzo al ottobre. Orario: martedi, giovedi e domenica, 14.00-17.00; luglio e agosto dalle 16.00-19.00
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