Libera circolazione per i pesci
Dal Lago Maggiore al Ceresio attraverso la scala di Creva


LUINO - I pesci lombardi e ticinesi godranno anche loro di libera circolazione lungo il confine. Il consigliere di Stato Claudio Zali e il presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni hanno inagurato stamattina il passaggio per pesci sulla diga di Creva, lungo il fiume Tresa, il più alto d'Europa, con i suoi 23 metri, composto da 71 bacini con una pendenza media del 10%, costato 1,2 milioni di euro e finanziato al 12% anche dal Cantone Ticino. "Un'opera spettacolare - ha commentato Maroni - anche da un punto di vista ingegneristico, ma, soprattutto, importante per l'equilibrio dell'ambiente ittico e della biodiversità e anche dell'economia. Ma ovviamente l'aspetto più importante di quest'opera è garantire la libera circolazione dei pesci dall'Italia e dalla Svizzera».

Corriere del Ticino, 5.05.2014

Il museo della pesca di Caslano è lieto di invitarla alla vernice della mostra Dalla parte dei pesci. Fotografie subacquee attorno a Caslano di Ralf e Diana Sauer che si terrà domenica 30 marzo 2014 alle ore 11:00.

Domenica 30 marzo alle ore 11, il Museo della pesca di Caslano riaprirà le proprie sale offrendo ai visitatori alcune novità nell’allestimento permanente e, come di consueto, una mostra temporanea a tema.
Quest’anno la scelta è caduta su una selezione di suggestive fotografie subacquee scattate nel corso di lunghi anni dal Ralf e Diana Sauer, appassionati sub di Caslano.
Il titolo “Dalla parte dei pesci” sta a indicare che la ventina di opere esposte vogliono dare un’idea di quanto può essere visto da chi si avventura sotto la superficie dei nostri laghi, condividendo il mondo di regola riservato alle creature acquatiche.
Le immagini, tecnicamente ineccepibili, suscitano emozioni contrastanti: dalla meraviglia per atmosfere incantate al disgusto per quanto gli uomini riescono ancora oggi a buttare in acqua, come a voler nascondere alla propria coscienza la sempre più evidente necessità di curare e rispettare la natura che ci circonda. Una selezione di curiose trouvailles e alcuni apparecchi fotografici subacquei completano l’allestimento.

 

ProjetLac è un progetto di studio volto a determinare in maniera standartizzata la diversità dell’ittiofauna dei grandi laghi naturali alpini e prealpini. Si tratta di un importante lavoro di ricerca scientifica effettuato e patrocinato da EAWAG e da differenti istituti di ricerca e di gestione.

Lo studio del Ceresio, realizzato grazie alla collaborazione dei Servizi della fauna del Canton Ticino e delle province italiane di Como e di Varese, ha evidenziato delle importanti caratteristiche del lago. Nonostante la progressiva diminuzione delle forti concentrazioni di fosforo degli anni ’80, la quantità di materia organica resta ancora molto elevata e al si sopra delle norme europee. Le zone rivierasche hanno subito un inesorabile artificializzazione e raggiungono oggi addirittura il 62%. Infine, la regolazione artificiale del livello del Ceresio nel 1962 ha fortemente influenzato la dinamica degli habitat litorali. La combinazione di tutti questi fattori fa si che il Ceresio allo stato attuale si trova in cattivo stato di conservazione morfologica ed ecologica.

La fotografia del popolamento ittico scattata da Projet Lac nell’autunno 2011 ha permesso di investigare le conseguenze ecologiche delle differenti perturbazioni. L’ittiofauna presente nel Ceresio é largamente dominata dal pesce persico che rappresenta più dell’80% del pescato totale. Il 50% delle specie indigene soffrono in maniera diretta della cattiva situazione attuale, a favore di quelle alloctone che si sono sviluppate e installate definitivamente nel lago. Il patrimonio ittico naturale del Ceresio appare quindi in gran parte compromesso : dal lago oligotrofico del 19 esimo secolo che ospitava agoni e alborelle si é passati a un lago eutrofico popolato da persici, lucioperca e gardon. Le specie autoctone si fanno sempre più rare e la loro presenza nel lago che le ha plasmate si fa sempre più rara, tanto che alcune si possono praticamente ritenere estinte.

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In Ticino la pesca – nei laghi (al piano e di montagna) e lungo fiumi e torrenti – è sport popolarissimo, aperto a tutti, senza alcuna preclusione. È un attaccamento quasi morboso eppure vivacissimo e sano all’ambiente, essendo la pesca – da noi, purtroppo, ormai quasi esclusivamente sportiva o praticata da dilettanti – un importante, significativo capitolo dell’utilizzazione del tempo libero.

In passato invece, soprattutto la pesca di lago ha costituito una fonte di reddito non indifferente per molte famiglie, risultando così «incarnata» nella vita e nella memoria dei nostri avi e dei villaggi in riva al Ceresio e al Verbano. Un fenomeno di massa che, oggigiorno, appaga l’esigenza di evadere – nella maniera più piena ed assoluta, all’interno di un paesaggio ricco di verde, di silenzio, di tranquillità e di intense emozioni – di evadere, dicevo, dalla stressante realtà di tutti i giorni. Per abbandonarsi all’impatto, piacevole, con il bisogno dello svago, della distensione o più semplicemente del «dialogo» (immediato e franco) con l’habitat, il silenzio, l’acqua, oltre che ovviamente il desiderio (pur sempre legittimo) di qualche deliziosa trotella, oppure un guizzante pesce persico, un delicato salmerino, un... imponente luccio o una sgusciante anguilla.

Da qui la necessità di una struttura che sia non soltanto luogo di conservazione di una tradizione sociale e culturale, ma anche culla di un patrimonio da tramandare e fissare su memorie durevoli, sia sul piano della raccolta e della ricerca, sia su quello dell’archiviazione, sia soprattutto su quello della divulgazione scientifica e della sensibilizzazione sui temi dell’acqua e pertanto di tutti i corpi idrici. Lo aveva intuito già Arnoldo Bettelini (presidente dei pescatori luganesi) nel 1905, quando – in una conferenza nel salone Civico di Lugano – ebbe ad affermare che «il Museo del Ceresio può riescire di un grandissimo interesse pratico e scientifico» in funzione di un «razionale studio del nostro interessantissimo Ceresio sia scientificamente, sia nelle pratiche realizzazioni». Qualche anno più tardi Giovanni Anastasi auspicava di insediare in alcune sale del palazzo del Parco Civico il «Museo del Ceresio», osservando che – e cito – «Lugano farebbe opera bella, nobile e fors’anco rimuneratrice, ché l’acquicoltura, per i paesi che la sanno ben praticare, costituisce una poderosa risorsa economica».

Si è dovuto però aspettare quasi un secolo per dare piena soddisfazione a quell’augurio. Infatti, risalgono al 1990 i primi passi a favore del Museo della pesca che oggi abbiamo la soddisfazione di festeggiare per i suoi primi vent’anni. Franco Chiesa ne è stato il promotore e il fondatore. Era un pescatore appassionato e provetto. Ma se l’istinto lo spingeva alla cattura del pesce, la ragione lo portava a riflettere sulla pesca come tale e su come si era evoluta nel tempo. Da qui la sua tenace, testarda volontà di realizzare – grazie ad un gruppo promotore con Piercarlo Parini e Pietro Colombo, ai quali più tardi si sono associati Raffaele Vicari, Alfio Indemini e Antonio Signorini, Diana Sauer e Bernardino Croci-Maspoli – il Museo della pesca. L’idea, come ebbe a raccontarmi più volte, gli era venuta nel 1990, durante una passeggiata alla Torrazza di Caslano, osservando che in alcuni contenitori erano stati gettati attrezzi vari usati per la pesca di lago. Quel ritrovamento ha indotto Franco Chiesa a realizzare in via Campagna, a partire dal 1993 e in piena sintonia con il Museo regionale di Curio, un’istituzione vivace, documentata e variata, in cui egli ha saputo coniugare esperienza e cultura con la spontaneità dell’autodidatta di ingegno. Il suo sogno era di avere un giorno una collocazione stabile e ben più spaziosa nell’areale della vecchia fornace della Torrazza, sempre nel golfo di Caslano-Ponte Tresa. Ma la morte lo ha colto d’improvviso nel gennaio 1998, per cui quell’aspirazione non ha visto concretezza, tuttavia nel giugno 2010 vi è stata la festosa inaugurazione di Villa Carolina, in questa bella e moderna sede di un’esposizione permanente di cui si può certamente andar fieri per la presenza di uno straordinario campionario di documenti ed attrezzi, in una posizione privilegiata che conferma il legame con il territorio non solo a livello locale o regionale ma con l’intero Cantone.

Ho conosciuto Franco Chiesa: aveva la pesca nel cuore e nella mente. Gli sono stato amico per parecchi anni e mi ha seguito, da maestro, nel lungo periodo profuso nel realizzare i due volumi su «La pesca nel Cantone Ticino». In barca, nel golfo di Ponte Tresa o lungo le sponde di Figino e di Magliaso, in una moltitudine di uscite, ho imparato non certo a pescare – poiché ciò non mi interessava più di quel tanto – ma a gustare l’oscurità, poi l’alba e quindi i raggi del sole. La magìa del lago nelle sue limpide acque, le stelle che ti sono compagne fedeli, le anitre e i cigni che sono i veri padroni del Ceresio. Si è in piena sintonia con il Creato e le montagne si riverberano nell’acqua. Con un panorama sull’intero Malcantone da risultare sempre grandioso, toccante., emozionante. In quelle lunghe mattinate Franco Chiesa – metodico fors’anche all’eccesso, come ho imparato a conoscerlo – parlava delle sue imprese di pesca con un altro grande pescatore di Caslano, Mario Bettosini, da cui aveva appreso «l’arte» di usare le reti. Parlava e canticchiava. Il cuore gli esplodeva di gioia – dato che per natura era ottimista e sempre sorridente – mentre tirava in barca le reti: talora cariche di pesci (cominciavano a far l’apparizione i gardon), talvolta manomesse, tal’altra senza neppure una preda. Prendesse o no, era pervaso dalla soddisfazione – viva, palpitante, quasi commovente per chi sa captare questa «poesia» della pesca con reti negli attimi fuggenti del far giorno – nel tirare in secca pesci persici, sander, lucioperca, bottatrici o boccaloni, ma anche il semplice, umile, persino bistrattato pesce bianco. E ogni volta, al rientro nella sua darsena, si ripeteva un rituale straordinario, allorquando distribuiva sul greto del lago, nel suo giardino, pane, granaglie e lo stesso pesce bianco in pasto a centinaia (e non esagero) di volatili, di anitre, di cigni, di svassi che attendevano la loro razione quotidiana. Erano momenti che facevano palpitare il cuore e destavano una commozione indescrivibile.

Franco Chiesa era caparbio, tenace, vulcanico nelle idee e nelle realizzazioni, ma anche schietto e sempre amabile nel carattere e nel modo di fare; certo, pretendeva anche molto da tutti, anche dal sottoscritto. In compenso mi gratificava della sua amicizia e mi riforniva di informazioni, fotografie, documenti per il mio lavoro editoriale che ha appena avuto il tempo di sfogliare e, penso, di apprezzare. Il Museo della pesca è certamente il suo testamento, la sua più simpatica, straordinaria attestazione di amore al paese, di affetto per i pescatori, di servizio a beneficio della comunità, di contributo significativo alla cultura, alla conoscenza del passato, di rispetto per i documenti, di analisi dei fenomeni socio-economici che hanno coinvolto – lungo secoli di storia — la gente dei nostri laghi. Ha insegnato – a pescatori ma anche a semplici osservatori della natura o appassionati del mondo che ci circonda – che occorre amare l’ambiente, ha inculcato in molti di noi l’esigenza – irrinunciabile e pertanto fondamentale – di tenerezza e di predilezione che si deve ai valori naturalistici che il Creato propone per una serena ed armoniosa convivenza tra l’uomo e quanto gli sta attorno. Un Creato che necessita di essere vissuto e goduto con spirito gioioso e con la sacralità delle grandi cose. Pregnante oltre che ricca di umanità, pertanto, la lezione che Franco Chiesa – in quanto fondatore del Museo della pesca – ha lasciato in tutti noi.

Oggi, ricordando i due decenni di questa felice intuizione museale – affidata alle premurose cure del curatore Maurizio Valente, del conservatore Bernardino Croci Maspoli e del presidente Gianrico Corti, sempre in stretta sinergia con il Museo del Malcantone a Curio di cui è una sezione – ci sono motivi e ragioni a iosa per essere orgogliosi di questo singolare ed interessante spaccato tra passato e cultura, documentato da una ricca e per molti aspetti pregevole esposizione di attrezzature, di specie ittiche, di condizioni ambientali e di tradizioni volte ad illustrare in maniera accattivante la pescosità delle varie regioni del nostro Cantone. Ci dà una testimonianza della pesca di un tempo come fonte di reddito per tantissime famiglie e oggigiorno invece esercitata più che altro per divertimento o a scopo agonistico. Sempre e comunque, su laghi e fiumi, la pesca praticata con criteri e tecniche in continua evoluzione, in uno spirito di confronto fra uomo e natura, proponendo a getto continuo testimonianze e valori culturali, didattici, tecnici, sportivi e sociali.

In questo senso, mi piace pensare a questo Museo – come, in effetti, va sempre più profilandosi – quale prezioso contributo a favore di un’accresciuta conoscenza della pesca nella sua interezza, ma soprattutto nell’offrire al visitatore (a partire dalle scolaresche che dovrebbero farne una mèta prediletta) e allo studioso occasioni di conoscenza e di riflessione sui saperi e le espressioni di questo mondo per molti aspetti fantastico. Una sede espositiva in grado di proporre stimoli propositivi e concreti nell’intento di accrescere la stima, e quindi il rispetto, nei confronti di fauna ittica e flora delle nostre acque: l’ecologia nel senso più ampio e moderno del termine, entrando con slancio nel mondo dei laghi, nei segreti dei fiumi, nel silenzio  dei ruscelli, a contatto epidermico con il verde, la quiete, i colori e le forme del nostro habitat. Un mondo magico ed incantato, proprio come è la pesca.

Raimondo Locatelli

Sarà inaugurato il 27 marzo a Caslano quale sezione del Museo del Malcantone

Il primo ed unico Museo della pesca ticinese, con sede a Caslano, sarà inaugurato il prossimo 27 marzo. L'istituto è una sezione del Museo del Malcantone di Curio, la cui apertura annuale è invece fissata per il 3 aprile. Fra le novità spicca l'allestimento di una nuova sala, dedicata ai temi del mito e della religione.

Il Museo della pesca di Caslano, sezione di quello del Malcantone situato a Curio, rappresenta una vera e propria novità per il cantone ed è pure una rarità a livello svizzero. Grazie in particolare all'entusiasmo di Franco Chiesa, il gruppo promotore del museo ha raccolto centinaia di oggetti e di attrezzi che sono ora esposti nella sede di via Campagna, messa a disposizione dal Comune. In futuro il museo dovrebbe trovare una sistemazione definitiva nella vecchia fornace alla Torrazza. Nel frattempo però l'istituto è entrato a far parte integrante del Museo del Malcantone, grazie ad una modifica statuaria approvata lo scorso novembre. Il Museo della pesca presenta una ricca e documentata esposizione di attrezzature, specie, condizioni ambientali, documenti e tradizioni che illustrano la pescosità della regione.

A distanza di una settimana dall'inaugurazione del Museo della pesca, riaprirà i battenti anche il Museo del Malcantone, all'origine di un interesse e di un consenso crescenti, come testimoniano le numerose donazioni della popolazione. Alla partecipazione attiva dei suoi fruitori, l'istituto risponde con altrettanto entusiasmo. L'ultima proposta in ordine di tempo riguarda l'allestimento di una nuova sala espositiva, che sarà inaugurata il 3 aprile. Il tema prescelto è quello dei miti e della religione. Per il curatore, Giancarlo Zappa, religioni e miti rappresentano un elemento essenziale di ogni cultura, per cui la nuova sala completa in modo adeguato il panorama espositivo del museo. In questo spazio saranno presentate testimonianze (documenti e oggetti) relativi alla religiosità naturale ancestrale e al cristianesimo. In autunno è invece in programma un'importante mostra temporanea realizzata a partire dal materiale messo a disposizione dal dott. Prospero Loustalot, domiciliato a Basilea e attinente di Croglio. Attraverso opere d'arte e documenti sarà possibile riscoprire la personalità di Louis Loustalot, padre di Prospero. La mostra dedicata a Louis Loustalot, giunto a Castelrotto dalla Francia all'inizio di questo secolo, avrà carattere antologico. In futuro nuove esposizioni potrebbero scaturire dalla collaborazione del museo con altre famiglie malcantonesi, con cui sono già in corso trattative. Nel consuntivo 1992 dell'Associazione Museo del Malcantone, che sarà discusso nell'assemblea di sabato 6 marzo, si cita la collaborazione con la famiglia Righini di Tirano (originaria di Bedigliora), esempio di emigrazione malcantonese nel campo dell'arte. Saranno invece esposti al pubblico già a partire da quest'anno gli oggetti sui fornaciai provenienti dalla famiglia Andina di Curio, emigrata all'inizio del secolo a Bologna.

Durante il 1993 il museo intende inoltre proseguire l'attività di ricerca sull'emigrazione malcantonese a San Pietroburgo. Da segnalare, fra i progetti previsti in questo ambito, la realizzazione di due mostre in contemporanea: una su Domenico Trezzini a Lugano ed una sulle maestranze a Curio. Progetti sono allo studio anche per quel che concerne la costruzione di nuovi magazzini. Il Museo del Malcantone, come altri istituti analoghi, è infatti confrontato con problemi di spazio, sia per quel che concerne le esposizioni, sia per la conservazione e il restauro delle opere.


Stefania Hubmann, Corriere del Ticino, 24 febbraio 1993

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