19 Morghirolo: Una presenza valorizzatrice

È la Piumogna che accompagna, decorandola e sonorizzandola, questa escursione e dà ad essa un carattere che indimenticabilmente la distingue: perché la Piumogna, lungo l'intero percorso, è presente, vicina o lontana, con la sua acqua che scende, rapida, come se avesse fretta di trasformarsi, davanti a Faido, in quella che è considerata, quando è in piena forma, una delle più belle cascate della Svizzera.

Questa fretta, che sa di essere premiata dall'ammirazione, non impedisce tuttavia alla Piumogna di dare, prima del grande suo spettacolo finale, tanti altri spettacoli, meno imponenti, sì, ma non per questo meno fascinosi; si tratta, anzi, di spettacoli che hanno, più di quello conclusivo, un incanto raffinato, fatto di dosate sfumature, di fantasiosi tocchi, di momenti non plateali, ma sensibilmente intensi, che mostrano un corso d'acqua che si fa, da ruscello, torrente e poi, allargandosi, quasi fiume.

A questa metamorfosi si assiste, nella passeggiata, in senso inverso, gustando quindi anche quello che c'è di magico in una scoperta che porta al nascere di una sorgente in mezzo a una natura che è ancora quella abbracciata, nel 1868, da Lucio Mari e dal suo "Canto del giovanetto ticinese": "Cari monti - dilette pasture/ove il rivo si mesce e confonde".

Si cammina, lungo tutto il tragitto, con negli occhi e nelle orecchie un «rivo» che canticchia e ride, interroga e risponde, mormora e sospira, chiama e ripete, narra e ricorda e, nel contempo, gioca e, divertendosi, fa finta di perdersi o di fermarsi, di scomparire o di tornare indietro. In certi punti, si divide, senza motivo, in due e l'erba, sull'improvvisa isola, cresce altissima, quasi prevedesse una piena e volesse, durante la stessa, continuare a respirare la luce; in altri punti, invece, si allarga di colpo, colorando i sassi e schiarendo il pascolo, mentre, in altri, si restringe e cambia voce e tinta (quando passa, a fatica, fra due massi, diventa così bianca da far pensare che l'attrito ne sprema il blu e le sue variazioni, lasciandole solo, lattescente, la sostanza che la rende chimico elemento e scorre senza i cromatici riflessi della trasparenza).

Il paesaggio, attorno, è vasto abbastanza per accogliere i nevai (tappeti smunti, posati contro la montagna per nascondere chissà che cosa), l'alpe (con la croce che lo indica e, per la sua scoperta posizione, lo protegge soprattutto dalle saette), le sassaie (tra cui spiccano enormi blocchi che rammentano i tronchi pietrificati; ma su uno di questi tronchi pietrificati è cresciuto un albero vero, messo lì come un pennone ecologico, pronto a sventolare), un biotopo (con i suoi tritoni alpestri e i suoi eriofori: batuffoli volanti impigliatisi in steli infissi nel fango a mo' di trappola) e i ghiacciai (che, solo mostrandosi, raffreddano l'aria).

Quando poi si giunge al Morghirolo, lo scenario si concentra e si offre in una rassegna, fitta e rude, di creste e di pinnacoli, che attira lo sguardo prima di lasciarlo scendere sino al lago, dove scendono anche l'erba e le pietraie che fanno a gara a chi arrivi, per primo, a toccarne la superficie.

Da una parte, stanno ciclopici massi buttati alla rinfusa e finiti, qua e là, persino nell'acqua; dall'altra, v'è l'erba che mette assieme, nel Morghirolo, meravigliosi "puzzle" di luce, mutando, con il trascorrere delle ore, la disposizione delle macchie immobili o vaganti e delle strisce oblique o parallele.

Il colore del laghetto tende quindi al grigio e al verde, ma il primo, pur accordandosi armoniosamente con quello delle sassaie, non ha le portentose possibilità del secondo che si dona in cento verdi, in una gamma galleggiante e subacquea che ha il verde dell'alba (ancora appesantito da frangiate tracce nere), quello del vento (che ha tremule bulinature argentee), quello dello zenit (che ha, invece, un interno sfolgorio, che tiene discosti, tanto è vivido, i pesci), quello delle buzze (che, qui, è però filtrato e, menocarico, si sposta quindi con un libero dondolio di medusa).

Il luogo è meravigliosamente tranquillo e l'ultima neve pare che l'abbia scelto per attendere in pace la prossima neve.

Quando la luce s'attenua e il Morghirolo si fa più piccolo, la quiete si posa specialmente là dove la riva forma un minuscolo delta che ha i suoi fiori, la sua erba e la sua sabbia ed è, tra gli aspri picchi e le affilate creste, un dolcissimo mondo a sé: i fiori sono così leggeri che un fischio di marmotta potrebbe farne oscillare la nivea delicatezza; l'erba entra nell'acqua e si muove insieme con le onde che non la schiacciano; la sabbia ha brillii che danno ai suoi banchi, affiancati da lingue vegetali, una vita che dura più di quella del verde, subito spenta dall'ombra.

Durano a lungo, nel Morghirolo, anche le cime proiettatevi come siluette: sono più basse, in queste astratte copie, di quelle vere, che vi sono pure riflesse e il contrasto fa parte di una rappresentazione in cui l'acqua è splendida protagonista in mezzo alle rocce e ai ghiacciai che potrebbero soffocarla e invece, servendole da cornice, la valorizzano e ne fanno una presenza che, a sua volta, li rende ancora più belli e giustifica l'entusiasmo dei partecipanti all'escursione compiuta con il Club Ticinese nell'agosto 1894, i quali, giunti alla meta, gridarono in coro l'invito: "Su adunque al Tencia, che tra Lavizzara e Leventina s'erge belvedere superbo delle Alpi nostre cantonali!".


Scarica la guida (italiano)
Scarica la guida (tedesco)
Scarica la guida (francese)
Scarica la mappa

 

Cerca nel sito

Orari e prezzi

Aperto dal marzo al ottobre. Orario: martedi, giovedi e domenica, 14.00-17.00; luglio e agosto dalle 16.00-19.00
Maggiori dettagli

32 laghetti

Sostieni il museo

Qualsiasi cifra è benvenuta, Grazie di cuore!



Musei etnografici

Membro dell'Associazione musei etnografici ticinesi (Amet)

Free Joomla! template by L.THEME