Le peschiere per le anguille della Tresa

L’anguilla, pesce misterioso, dal sangue velenoso e dall’aspetto inquietante del serpente, è un cibo apprezzato fin dall’antichità e da tempi immemorabili lo si è pescato lungo la Tresa. L’emissario del Ceresio era infatti un ambiente ideale alla sua cattura, prima che dighe e chiuse ostacolassero le migrazioni verso il Mar dei Sargassi, dove l’animale adulto si riproduce.

L’esistenza di peschiere sul corso della Tresa è documentata con certezza dal 1476, quando un rogito del notaio Giorgio Avanzini di Curio cita sia la Peschiera di Sotto, proprietà di ser Filippinus del Albis di Sessa, sia quella di Sopra, verso l’imbocco del fiume dunque, di pertinenza della mensa arcivescovile di Milano.

Nel 1583, l’arcivescovo Carlo Borromeo ne cede la proprietà ai Perseghini di Ponte Tresa. Più tardi, altre importanti famiglie del luogo subentrano nella proprietà quali compadroni: i Bella, i Crivelli, i Giani, i Rossi, i de Stoppani, i Quadri.

L’anguilla costituiva un cibo raffinato, molto ricercato dalle classi benestanti e il suo commercio dava vita a una piccola economia. I grotti della valle della Tresa la offrivano come specialità, sia in umido che allo spiedo, mentre i proprietari delle peschiere le facevano giungere, mantenute vive dentro botti colme d’acqua, a Milano, nella Svizzera interna e persino a Parigi.

Costruzioni ingombranti e fatalmente destinate a ostacolare il corso delle acque, poste a cavallo di un confine non ben determinato, soggette a incerte legislazioni, le peschiere sono state per secoli oggetto di innumerevoli dispute, grazie alle quali disponiamo di abbondante documentazione sulla loro attività dal XVI al loro definitivo abbandono, seguito ai danni provocati dall’alluvione del 1951.

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